
Incuriosito dal battage pubblicitario e dalla vittoria al Premio Strega 2008, ho deciso di leggere “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Avevo sentito anche qualche parere in rete, perlopiù negativi: si diceva che era tutta una campagna marketing della mondadori, che il libro fosse di una noia mortale, assolutamente inconsistente e il premio per nulla meritato. Beh dopo averlo letto ho capito anche quanta falsità ci possa essere in certi interventi sulla rete, sui forum dedicati…e credo molta invidia per questo esordiente 26enne torinese.
E’ un bel pò che non leggevo un libro cosi bello, io che ho tempi di lettura piuttosto lunghi l’ho finito in poco tempo. Merito anche di una prosa scorrevolissima, oltre per il senso di partecipazione che attiva leggere questa storia. Si narra di Alice e Mattia, che da ragazzini vivranno un evento che condizionerà tutta la loro vita, condannandoli a una vita “diversa” rispetto agli altri…non riusciranno mai a integrarsi. Mattia si chiude in un mondo tutto suo, fatto soprattutto di studio, in cui riesce molto bene, e poi ha un evidente disturbo ossessivo-compulsivo che lo porta spesso a farsi del male con gli oggetti, a tagliarsi quando qualcosa non va. Alice invece ha un grosso problema alla gamba, dovuto all’incidente di cui sopra, e una evidente cicatrice al bacino. Non si accetta quindi, non accetta il suo corpo diverso e sviluppa un comportamento anoressico. I due si incontrano a un certo punto ma….e vabbè mi fermo qui altrimenti svelo tutta la trama a chi volesse leggerlo. Quello che mi è piaciuto di questo libro non è tanto la storia…succede pochissimo in queste pagine, le “scene” sono poche. Mi piace il lavoro di introspezione psicologica fatto da Giordano: ciò che sembra un fatto banale, come prendere un caffè assume nella mente dei protagonisti un siginificato ben preciso e circostanziato, per cui particolari che possono sembrare insignificanti diventano fondamentali. Ecco un esempio..qui Alice e il marito litigano e lui le sta per confessare che conosce il suo segreto, la sua anoressia..guardate la tensione che comunicano queste parole:
“Io lo so cos’è” continuò Fabio. La sua voce si fece più distinta. Urtando le pareti assumeva una lieve eco metallica. “Tu non vuoi che io ci entri , neppure che ne parli. Ma cosi…”
Si fermò. Gli occhi di Alice erano aperti. Si erano abituati all’oscurità. Distingueva le sagome dei mobili: la poltrona, l’armadio, la cassettiera con sopra lo specchio che non rifletteva nulla. Tutti quegli oggetti erano lì, immobili e terribilmente insistenti“
Sembra quasi che gli oggetti partecipino al dramma. E quante volta sarà capitato anche a noi…
Chissà l’origine di tante critiche…forse perchè presenta una gioventù diversa da quella solita, quella che sta in un libro di moccia, una gioventù che non necessariamente vive tre metri sopra al cielo, costantemente col sorriso sulla faccia, lo zainetto firmato. Una gioventù sfortunata, svantaggiata rispetto agli altri ma proprio per questo capace di sentire l’esistenza con più forza, senza paraocchi, ma con consapevolezza. E la loro debolezza e contemporaneamente la forza con cui si aggrappano alla vita appassionano, a volte commuovono e ci invitano a fare il tifo per loro, questo è ciò che spinge ad arrivare alla fine del libro. Ce la faranno?
“Mattia lo sapeva cosa doveva fare. Doveva andare di là e sedersi di nuovo su quel divano, doveva prenderle una mano e dirle non doveva partire. Doveva baciarla un’altra volta e poi ancora, finchè si sarebbero abituati a quel gesto al punto di non poterne piu fare a meno. Succedeva nei film e succedeva nella realtà, tutti i giorni. La gente si prendeva quello che voleva, si aggrappava alle coincidenze, quelle poche, e ci tirava su un’esistenza. Doveva dire ad Alice sono qui oppure andare via, prendere il primo volo e sparire di nuovo, tornare nel luogo in cui era rimasto in sospeso per tutti quegli anni. Ormai l’aveva imparato. Le scelte si fanno in pochi secondi e si scontano per il tempo restante. Era successo con Michela e poi con Alice e adesso di nuovo. Stavolta li riconosceva: quei secondi erano lì e lui non si sarebbe più sbagliato”
P.s. Quest’ultimo pezzo non è il finale




